NELLA CITTÁ CHE PROFUMA DI SOLE

Vivere Lisbona con nuovi occhi, questa era (ed é) la sfida.

Come fare a reinventarsi e continuare a stupirsi in un ambiente diventato ormai per te la tua zona comfort?

Come uscire dal guscio di quel mondo costruito intorno a te, in un anno di esperienza?

Queste sono le domande che, quasi giornalmente mi pongo e che, dall’altro lato, mi portano ad una consapevolezza: io voglio vivere una vita scomoda, una vita a volte con spigoli; spigoli e increspature che mi costringono a riadattarmi, rinventarmi e rimodellare le mie forme in base a quello che ho intorno a me. Proprio cosí voglio la mia nuova Lisbona (Lisbona 2.0), una Lisbona che ancora mi chiama a guardarmi intorno, a scoprire ancora e di nuovo, la bellezza dei suoi palazzi, dei suoi viali e dei suoi alberi maestosi, dei suoi bar con il menú scritto a penna, una Lisbona che non da spazio al “giá lo conosco, giá ci sono stata, non ne vale la pena!” ma che fa crescere in me un entusiasmo genuino di che é pronto ad accogliere nuove opportunitá.

Sono una persona piena, intensa. Come cogliere la pienezza delle cose in epoca Covid?  Come potersi accontentare dell’1% delle esperienze quando vorresti e sei finalmente pronta ad accettarle e viverle in maniera completa al 100%? E allo stesso tempo, come riuscire a mostrare il tuo entusiasmo per il progetto, per il lavoro, per i colleghi attraverso uno schermo di computer che rende cose, esperienze e volti freddi e sterili?
Come fare a conoscere per la prima volta una persona con la mascherina? Io che sono cosí espressiva, che cerco il contatto fisico, che anche un sorriso é in grado di farmi cambiare umore, como posso accontentarmi di conoscere una persona attraverso mezzo viso mascherato? Beh, tra tutti questi dubbi e incertezze, almeno di una cosa ho la risposta: ho capito che per conoscere una persona, o meglio riconoscere una persona, a volte bastano gli occhi.

È proprio dagli occhi di Vanessa e Carolina, infatti, le mie due tutor della SPEA, Societá Portoghese per lo Studio degli Uccelli, che alcune delle mie preoccupazioni sono cominciate a sciogliersi, mi sono sentita, infatti, presa per mano in questa sfida, che é mia, in primis, ma anche condivisa da loro in un periodo difficile, inaspettato e diverso quale quello che stiamo affrontando.
È anche dagli occhi dei ragazzi delle scuole dove ho iniziato a fare lezioni di educazione ambientale, che chiedono di voler sentirmi parlare e ascoltare il mio buffo accento portoghese, da loro ritenuto di provenienza ucraina, che vedo, nonostante tutto, la voglia di tornare alla bellezza della normalitá di una lezione in aula tra chiacchiere tra amici e ricreazioni a correre.

*Dubbi e consapevolezze di un’italiana al suo secondo anno e in epoca di pandemia nella cittá che profuma di sole.

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